Siamo un gruppo di cittadini che da anni seguono i concerti della Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, orgogliosi del successo che riscuote in Italia e all’estero e apprezzandone le doti musicali e il grande impegno. E’ un piacere andare ai concerti e constatarne ogni volta la grande qualità e la passione di chi li esegue, passione qualità e professionalità che traspaiono dalle magistrali e spesso commoventi esecuzioni delle opere. Tutte qualità - sia detto per inciso – che non sembrano proprio essere dipendenti da questioni quali il “monte ore” previsto o in generale delle norme inserite nel contratto sottoscritto tra i professori d’orchestra e la Fondazione del Teatro Comunale di Bologna, ma che trovano fondamento in anni e anni di rigorosa selezione, studio e dedizione.
A fronte di questa grande ricchezza della nostra città ci stupisce questo continuo e quotidiano stillicidio nei confronto degli artisti – perché questo sono – che suonano nella Orchestra. Ci sono molte cose che non ci sono chiare e che come cittadini abbiamo il diritto di conoscere. Prima questione fra tutte che non riusciamo a comprendere perchè il Sindaco della nostra città, che noi rispettiamo, non rispetta a sua volta questa grande ricchezza che per la città di Bologna rappresenta l’Orchestra del Teatro Comunale. Sappiamo che c’è crisi –chi non lo sa-, sappiamo che i musicisti dedicano la loro vita professionale al lavoro che gli viene commissionato, sappiamo anche che si reclama il sacrificio da parte loro rispetto ad uno stipendio che però è molto lontano dagli stipendi di chi amministra e dirige l’orchestra stessa. E allora vorremmo sapere perché vengono addebitati ai lavoratori le assunte difficoltà economiche della Fondazione quando gli orchestrali nulla hanno a che fare (ora come in passato) con la gestione della Fondazione stessa, con la gestione delle risorse e con le scelte nelle spese, negli investimenti e nella stessa direzione. I professori d’orchestra sono semplicemente dei dipendenti che vanno valutati sulla base della qualità della prestazione e del risultato artistico e solo su questo possono essere richiamati o fatti oggetto di valutazione. Quindi chiediamo a questa città ed anche –ma non solo – a chi la amministra, il perché della evidente volontà di affondamento della nostra prestigiosa Orchestra. E non ci si dica che non è vero perché le parole senza i fatti non parlano: la verità sul punto - francamente poco controvertibile - ci sembra davanti agli occhi di tutti: disdettare un contratto od un impegno preso per il pagamento dei premi che costituiscono parte integrante del contratto oppure cancellare una convenzione con un cartellone di concerti già programmato e continuamente gettare discredito sui componenti dell’Orchestra, che ben poco possono fare in ordine alle scelte di gestione e di programmazione, significa anche, se non in primo luogo,volere creare disinformazione, confusione e disaffezione dei cittadini.
E poi, visto che ormai si usa così, ci permettano il nostro Sindaco, l’assessore Sita, il sovrintendente Tutino, di porre queste 10 modestissime domande, sperando di ricevere sul punto una risposta non tanto perché a noi dovuta ma, e soprattutto, perché dovuta alla città, alle migliaia di cittadini che amano questa Orchestra e che chiedono, magari nel silenzio dei corridoi alla fine dei concerti oppure mentre vedono i musicisti all’uscita del teatro che si comunicano il loro disagio, di rendere maggiormente chiaro il progetto che questa Amministrazione e questa Fondazione hanno
Per capirci, cosa si vuole fare di un bene pubblico tanto prezioso?
LE 10 DOMANDE
1) Come mai il Sovrintendente, invocando un regime di austerità, decide di ridurre parte del salario dei dipendenti tutti, attraverso un meccanismo che esonera da questa riduzione lui e i dirigenti del Teatro?
2) Come mai il Sovrintendente ha scelto di programmare una stagione d’opera, in un momento di difficoltà economica grave, fatta esclusivamente di nuove produzioni, ancorchè in collaborazione con altre Fondazioni? E come mai non sono stati utilizzati i precedenti e apprezzati allestimenti?
3) I fondi che giungono alla Fondazione Teatro Comunale, (fondi statali, fondi regionali, fondi privati) che flessione hanno subito, se l'hanno subita, negli ultimi cinque anni?
4) Come mai il Sovrintendente continua a riferirsi, nel parlare dello stipendio dei professori d’orchestra, al costo aziendale, anziché anche solamente del lordo effettivamente percepito, aumentando così di un terzo circa la percezione che il lettore medio di un giornale può avere dello stipendio degli stessi professori d’orchestra?
5) Come mai è stata interrotta da parte della Fondazione, di fatto impedendone l’attività, la convenzione con una associazione (la Filarmonica del Teatro comunale di Bologna) che, senza un euro di contributo da istituzioni pubbliche e basata sull’associazionismo di circa 1800 cittadini, produce cultura per tutta la città?
6) Come mai il Presidente della Fondazione è così solerte nel chiudere l’attività di una associazione privata – quale la sopra nominata Filarmonica - che per convenzione porta alle casse del teatro il 3% di tutti i propri introiti, in un momento in cui si reclama una mancanza di fondi a disposizione della Fondazione?
7) Come mai a giudicare della presunta concorrenzialità della Filarmonica del Teatro comunale di Bologna è un organo quale il Cda della Fondazione al cui interno siede il presidente del Bologna Festival che svolge - questa si - attività concorrenziale all’attività della stagione sinfonica del Teatro Comunale?
8) Come mai la nuova stagione d’opera ricorre all’utilizzo di numerosi artisti provenienti dalla “Scuola dell’Opera” senza che questo venga in nessun modo dichiarato nel programma generale, vendono di fatto spettacoli che non sono all’altezza di un grande teatro con la storia del Teatro Comunale di Bologna e senza che tutti gli spettatori ne siano al corrente in sede di scelta?
9) Quali sono i costi della “Scuola dell’Opera” sostenuti dalla Fondazione?
10) Come vengono utilizzati i fondi ed in particolare come incidono le decisioni sugli allestimenti, le scelte di programmazione, gli incarichi esterni, nell’organizzazione delle attività della Orchestra (concerti, opere, ecc.) e nel bilancio della Fondazione?
Donatella Ianelli – avvocato Claudia Cocchi - imprenditore Francesca Pozzebon - avvocato Prudence Crane – professoressa di Inglese Carlo Zandi – imprenditore Angelo Antonio Fierro – medico Vania Zanotti – dipendente cooperativa sociale Fabio Albano – psicologo Giampaolo Cocchi – imprenditore Stefano Domenichini - imprenditore Alessandra Tondi - architetto Gigliola Di Cecco – impiegata Adriana Rotolini – pensionata Giudo Fuschini - medico Nadia Fantini – architetto Luca Tondi – geologo Raffaele Battaglia - architetto Cecilia Domenichini - studentessa
Per chi intende aderire a questo appello: lanostraorchestra@gmail.com
Da icona festivaliera di Walter V. che non ha disdegnato soldi pubblici, a denigratore della stessa e cantore del mercatismo. In questa capriola “mastelliana”, scavalca persino il McMinistro Bondi. Il Berlusconi della cultura vuole sponsorizzare i settori in cui ha il suo core-business: la musica e i libri in tv, nelle scuole e il teatro di massa.
Alessandro Baricco ha ragione quando sottolinea la necessità di ripartire dal “pubblico” inteso come destinatario, come soggetto attivo e materiale, e non come attributo spirituale, oggettivo, di un bene patrimoniale non meglio identificato. Prendiamo ad esempio Benigni e la Rai, come può essere un bene pubblico un artista che costa così tanto da poter essere pagato solo con una concessione sui diritti che la Rai ha su di lui? Baricco ha ragione quando dice che bisogna aprire al mecenatismo privato e investire per la cultura in tv. Il Riformista non può avere preclusioni verso gli sponsor privati, né snobismi mediatici.
Serve apertura mentale e risultati e Baricco può garantire entrambi. Quindi ci troviamo d’accordo con lui. Anzi, siamo così d’accordo da avere l’impressione che lui sia d’accordo con noi. Presunzione che genera un presentimento: che Baricco abbia ragione da vendere perché vuole rivenderci le nostre ragioni, rivenderci un nuovo se stesso, attraverso un risposizionamento degno di Mastella: da democristiano e cristianodemocratico, dal Pd al Pdl, da uomo di sinistra berlusconiana a berlusconiano di sinistra, da icona veltroniana ad ariete di Brunetta.
Dopo aver ricevuto anche lui, che ha mercato e potere mediatico da non necessitarne, contributi pubblici (RaiCinema e MiBac) per il suo imbarazzante film Lezione 21, uscito qualche mese fa, si mette in scia ai fustigatori degli aiuti di stato alla cultura. Sputa nel piatto in cui ha mangiato. E non per denigrare e basta. Ma per tirare a lucido il piattino. Fare nuovi soldi.
Riassumiamo brevemente i due punti della proposta di riforma culturale di massa di Baricco. Il primo: non dare soldi pubblici ai teatri stabili, ma finanziare teatri nelle scuole (evidentemente per lui l’Attimo fuggente è la storia di un grande sogno, non di un ragazzo suicida perché il padre non gli lascia fare il teatro verso cui lo spinge un professore frustrato). Secondo punto: dare soldi pubblici perché in tv si facciano programmi culturali (Per un pugno di libri dimostra che si può fare cultura divulgativa sui libri con pochi soldi e ottimi risultati, ma forse Baricco non lo guarda, come non legge le recensioni di Giulio Ferroni ai suoi romanzi, pur lamentandosi che Ferroni non lo recensisce mai).
Sono illuminanti alcune reazioni su Baricco. Sorvoliamo sui plausi di Muti, «gli sprechi ci sono», e i fischi di Piovani, «toglieteli il vino», per focalizzarci su alcune reazioni a destra. Gabriella Carlucci gli ha dato il benvenuto nel gruppo (di nostalgisti di Forza Italia), chiedendogli di scusarsi per il ritardo. Luca Barbareschi gli ha rinfacciato di «aver fatto teatro a botte di sovvenzioni». Sandro Bondi, invece, si sente scavalcato. Avete capito bene. Il ministro che ha assegnato la valorizzazione dei Beni culturali in mano al manager di McDonald, Mario Resca, si sente costretto a frenare il futurista Baricco (convinto che la qualità migliore del pensiero, oggi, sia la velocità). Al Foglio, Bondi ha mostrato tutto il suo stupore: «È paradossale che debba essere io a difendere lo stato culturale». Poi «Baricco forse non va molto a teatro. Non avrà mai visto la trilogia della Villeggiatura di Goldoni con regia di Toni Servillo (…) il teatro di prosa, la lirica, la danza non consentono redditi da impresa. Per questo è sbagliato confonderli con altri campi dove il business è possibile, come le mostre, i grandi eventi, il cinema». Conclude Bondi - ineccepibile - che «è assurdo pretendere di ripristinare l’educazione musicale nei licei, bandita ai tempi dell’Unità, e demandare poi ai privati l’allestimento della Tosca. Urge un’analisi meno superficiale delle strutture culturali». Canaglia di un vecchio comunista, avrà pensato Baricco. Più bondiano di Bondi, cioè più berlusconiano del più berlusconiano degli italiani (Fede è più leale ma meno sentimentale). Baricco è “berluscavolini”. Il più amabile tra gli italiani. Qual è la canzone che intona il Duca di Mantova alla fine del Rigoletto di Verdi? Baricco è mobile, qual piuma al vento, muta d’accento e di pensiero…
Di fronte al paradosso di Bondi, passano in secondo piano, anche se la sequenza è da spaghetti western, i colpi inferti sul cadavere veltroniano. Abbattuto e incartato con un giornale che gli fu amico, Repubblica, e ha supportato gli eventi della gestione veltroniana dove Baricco era spesso la star. Se fosse un film western, allora, Baricco non sarebbe il pistolero, ma il barman che offre da bere al vincitore. Passa in secondo piano anche il revisionismo istantaneo su Berlusconi: «Ho un esempietto - dice Baricco - che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi. Circola la convinzione che quell’uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona».
Il punto non è che Baricco minimizzi o simuli di minimizzare il berlusconismo. E neanche il riposizionamento. Ma il disvelamento spudorato di quello che Baricco è, che è sempre stato. Un Berlusconi della cultura. Oggi più che mai. Come campione di egemonia commerciale e come cavalier servente di se stesso. E dei suoi interessi. Baricco parla di libri in tv, cultura a scuola e teatro di massa come Berlusconi parla della tv e della giustizia. A ragion veduta.
Qualche esempio? Totem, trasmissione di libri e musica in tv che poi è diventata un tour teatrale, e poi operazioni para-scolastiche come Omero. Iliade e la Scuola Holden, dove c’è una sezione “Per le scuole” (http://www.scuolaholden.it/sholden/corsi_link.aspx?ID=437&NodeId=53) che è tutta un programma: «Se sei un professore, e ti interessa proporre uno dei nostri progetti alla tua classe o alla tua scuola o vuoi attivare il corso della Scuola Holden pensato per gli insegnanti puoi contattare…». Seguono vari pacchetti: Babele, Plot, Short, Elettro-reading, Imparare a raccontare, Raccontare la storia, Ridiamoci sopra…
Sotto la lente della crisi economica, piccole crepe diventano enormi, nella ceramica di tante vite individuali, ma anche nel muro di pietra del nostro convivere civile. Una che si sta spalancando, non sanguinosa ma solenne, è quella che riguarda le sovvenzioni pubbliche alla cultura. Il fiume di denaro che si riversa in teatri, musei, festival, rassegne, convegni, fondazioni e associazioni. Dato che il fiume si sta estinguendo, ci si interroga. Si protesta. Si dibatte. Un commissariamento qui, un’indagine per malversazione là, si collezionano sintomi di un’agonia che potrebbe anche essere lunghissima, ma che questa volta non lo sarà. Sotto la lente della crisi economica, prenderà tutto fuoco, molto più velocemente di quanto si creda.
In situazioni come queste, nei film americani puoi solo fare due cose: o scappi o pensi molto velocemente. Scappare è inelegante. Ecco il momento di pensare molto velocemente. Lo devono fare tutti quelli cui sta a cuore la tensione culturale del nostro Paese, e tutti quelli che quella situazione la conoscono da vicino, per averci lavorato, a qualsiasi livello. Io rispondo alla descrizione, quindi eccomi qui. In realtà mi ci vorrebbe un libro per dire tutto ciò che penso dell’intreccio fra denaro pubblico e cultura, ma pensare velocemente vuol dire anche pensare l’essenziale, ed è ciò che cercherò di fare qui.
Se cerco di capire cosa, tempo fa, ci abbia portato a usare il denaro pubblico per sostenere la vita culturale di un Paese, mi vengono in mente due buone ragioni. Prima: allargare il privilegio della crescita culturale, rendendo accessibili i luoghi e i riti della cultura alla maggior parte della comunità. Seconda: difendere dall’inerzia del mercato alcuni gesti, o repertori, che probabilmente non avrebbero avuto la forza di sopravvivere alla logica del profitto, e che tuttavia ci sembravano irrinunciabili per tramandare un certo grado di civiltà.
A queste due ragioni ne aggiungerei una terza, più generale, più sofisticata, ma altrettanto importante: la necessità che hanno le democrazie di motivare i cittadini ad assumersi la responsabilità della democrazia: il bisogno di avere cittadini informati, minimamente colti, dotati di principi morali saldi, e di riferimenti culturali forti. Nel difendere la statura culturale del cittadino, le democrazie salvano se stesse, come già sapevano i greci del quinto secolo, e come hanno perfettamente capito le giovani e fragili democrazie europee all’indomani della stagione dei totalitarismi e delle guerre mondiali.
Adesso la domanda dovrebbe essere: questi tre obbiettivi, valgono ancora? Abbiamo voglia di chiederci, con tutta l’onestà possibile, se sono ancora obbiettivi attuali? Io ne ho voglia. E darei questa risposta: probabilmente sono ancora giusti, legittimi, ma andrebbero ricollocati nel paesaggio che ci circonda. Vanno aggiornati alla luce di ciò che è successo da quando li abbiamo concepiti. Provo a spiegare.
Prendiamo il primo obbiettivo: estendere il privilegio della cultura, rendere accessibili i luoghi dell’intelligenza e del sapere. Ora, ecco una cosa che è successa negli ultimi quindici anni nell’ambito dei consumi culturali: una reale esplosione dei confini, un’estensione dei privilegi, e un generale incremento dell’accessibilità. L’espressione che meglio ha registrato questa rivoluzione è americana: the age of mass intelligence, l’epoca dell’intelligenza di massa.
Oggi non avrebbe più senso pensare alla cultura come al privilegio circoscritto di un’élite abbiente: è diventata un campo aperto in cui fanno massicce scorribande fasce sociali che da sempre erano state tenute fuori dalla porta. Quel che è importante è capire perché questo è successo. Grazie al paziente lavoro dei soldi pubblici? No, o almeno molto di rado, e sempre a traino di altre cose già successe. La cassaforte dei privilegi culturali è stata scassinata da una serie di cause incrociate: Internet, globalizzazione, nuove tecnologie, maggior ricchezza collettiva, aumento del tempo libero, aggressività delle imprese private in cerca di un’espansione dei mercati. Tutte cose accadute nel campo aperto del mercato, senza alcuna protezione specifica di carattere pubblico.
Se andiamo a vedere i settori in cui lo spalancamento è stato più clamoroso, vengono in mente i libri, la musica leggera, la produzione audiovisiva: sono ambiti in cui il denaro pubblico è quasi assente. Al contrario, dove l’intervento pubblico è massiccio, l’esplosione appare molto più contratta, lenta, se non assente: pensate all’opera lirica, alla musica classica, al teatro: se non sono stagnanti, poco ci manca. Non è il caso di fare deduzioni troppo meccaniche, ma l’indizio è chiaro: se si tratta di eliminare barriere e smantellare privilegi, nel 2009, è meglio lasciar fare al mercato e non disturbare.
Questo non significa dimenticare che la battaglia contro il privilegio culturale è ancora lontana dall’essere vinta: sappiamo bene che esistono ancora grandi caselle del Paese in cui il consumo culturale è al lumicino. Ma i confini si sono spostati.
Chi oggi non accede alla vita culturale abita spazi bianchi della società che sono raggiungibili attraverso due soli canali: scuola e televisione. Quando si parla di fondi pubblici per la cultura, non si parla di scuola e di televisione. Sono soldi che spendiamo altrove. Apparentemente dove non servono più. Se una lotta contro l’emarginazione culturale è sacrosanta, noi la stiamo combattendo su un campo in cui la battaglia è già finita.
Secondo obbiettivo: la difesa di gesti e repertori preziosi che, per gli alti costi o il relativo appeal, non reggerebbero all’impatto con una spietata logica di mercato. Per capirci: salvare le regie teatrali da milioni di euro, La figlia del reggimento di Donizetti, il corpo di ballo della Scala, la musica di Stockhausen, i convegni sulla poesia dialettale, e così via. Qui la faccenda è delicata. Il principio, in sé, è condivisibile. Ma, nel tempo, l’ingenuità che gli è sottesa ha raggiunto livelli di evidenza quasi offensivi.
Il punto è: solo col candore e l’ottimismo degli anni Sessanta si poteva davvero credere che la politica, l’intelligenza e il sapere della politica, potessero decretare cos’era da salvare e cosa no. Se uno pensa alla filiera di intelligenze e saperi che porta dal ministro competente giù fino al singolo direttore artistico, passando per i vari assessori, siamo proprio sicuri di avere davanti agli occhi una rete di impressionante lucidità intellettuale, capace di capire, meglio di altri, lo spirito del tempo e le dinamiche dell’intelligenza collettiva? Con tutto il rispetto, la risposta è no. Potrebbero fare di meglio i privati, il mercato? Probabilmente no, ma sono convinto che non avrebbero neanche potuto fare di peggio.
Mi resta la certezza che l’accanimento terapeutico su spettacoli agonizzanti, e ancor di più la posizione monopolistica in cui il denaro pubblico si mette per difenderli, abbiano creato guasti imprevisti di cui bisognerebbe ormai prendere atto. Non riesco a non pensare, ad esempio, che l’insistita difesa della musica contemporanea abbia generato una situazione artificiale da cui pubblico e compositori, in Italia, non si sono più rimessi: chi scrive musica non sa più esattamente cosa sta facendo e per chi, e il pubblico è in confusione, tanto da non capire neanche più Allevi da che parte sta (io lo so, ma col cavolo che ve lo dico).
Oppure: vogliamo parlare dell’appassionata difesa del teatro di regia, diventato praticamente l’unico teatro riconosciuto in Italia? Adesso possiamo dire con tranquillità che ci ha regalato tanti indimenticabili spettacoli, ma anche che ha decimato le file dei drammaturghi e complicato la vita degli attori: il risultato è che nel nostro paese non esiste quasi più quel fare rotondo e naturale che mettendo semplicemente in linea uno che scrive, uno che recita, uno che mette in scena e uno che ha soldi da investire, produce il teatro come lo conoscono i paesi anglosassoni: un gesto naturale, che si incrocia facilmente con letteratura e cinema, e che entra nella normale quotidianità della gente.
Come vedete, i principi sarebbero anche buoni, ma gli effetti collaterali sono incontrollati. Aggiungo che la vera rovina si è raggiunta quando la difesa di qualcosa ha portato a una posizione monopolistica. Quando un mecenate, non importa se pubblico o privato, è l’unico soggetto operativo in un determinato mercato, e in più non è costretto a fare di conto, mettendo in preventivo di perdere denaro, l’effetto che genera intorno è la desertificazione. Opera, teatro, musica classica, festival culturali, premi, formazione professionale: tutti ambiti che il denaro pubblico presidia più o meno integralmente. Margini di manovra per i privati: minimi. Siamo sicuri che è quello che vogliamo? Siamo sicuri che sia questo il sistema giusto per non farci derubare dell’eredità culturale che abbiamo ricevuto e che vogliamo passare ai nostri figli?
Terzo obbiettivo: nella crescita culturale dei cittadini le democrazie fondano la loro stabilità. Giusto. Ma ho un esempietto che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi.
Circola la convinzione che quell’uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia.
Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona. E chiederci: come mai la grandiosa diga culturale che avevamo immaginato di issare con i soldi dei contribuenti (cioè i nostri) ha ceduto per così poco?
Bastava mettere su tre canali televisivi per aggirare la grandiosa cerchia di mura a cui avevamo lavorato? Evidentemente sì. E i torrioni che abbiamo difeso, i concerti di lieder, le raffinate messe in scena di Cechov, la Figlia del reggimento, le mostre sull’arte toscana del quattrocento, i musei di arte contemporanea, le fiere del libro? Dov’erano, quando servivano? Possibile che non abbiano visto passare il Grande Fratello? Sì, possibile. E allora siamo costretti a dedurre che la battaglia era giusta, ma la linea di difesa sbagliata. O friabile. O marcia. O corrotta. Ma più probabilmente: l’avevamo solo alzata nel luogo sbagliato.
Riassunto. L’idea di avvitare viti nel legno per rendere il tavolo più robusto è buona: ma il fatto è che avvitiamo a martellate, o con forbicine da unghie. Avvitiamo col pelapatate. Fra un po’ avviteremo con le dita, quando finiranno i soldi.
Cosa fare, allora? Tenere saldi gli obbiettivi e cambiare strategia, è ovvio. A me sembrerebbe logico, ad esempio, fare due, semplici mosse, che qui sintetizzo, per l’ulcera di tanti.
1. Spostate quei soldi, per favore, nella scuola e nella televisione. Il Paese reale è lì, ed è lì la battaglia che dovremmo combattere con quei soldi. Perché mai lasciamo scappare mandrie intere dal recinto, senza battere ciglio, per poi dannarci a inseguire i fuggitivi, uno ad uno, tempo dopo, a colpi di teatri, musei, festival, fiere e eventi, dissanguandoci in un lavoro assurdo? Che senso ha salvare l’Opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi? Cosa vuol dire pagare stagioni di concerti per un Paese in cui non si studia la storia della musica neanche quando si studia il romanticismo? Perché fare tanto i fighetti programmando teatro sublime, quando in televisione già trasmettere Benigni pare un atto di eroismo? Con che faccia sovvenzionare festival di storia, medicina, filosofia, etnomusicologia, quando il sapere, in televisione - dove sarebbe per tutti - esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli?
Chiudete i Teatri Stabili e aprite un teatro in ogni scuola. Azzerate i convegni e pensate a costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati. Liberatevi delle Fondazioni e delle Case che promuovono la lettura, e mettete una trasmissione decente sui libri in prima serata. Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell’Auditel.
Lo dico in un altro modo: smettetela di pensare che sia un obbiettivo del denaro pubblico produrre un’offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. Il mercato sarebbe oggi abbastanza maturo e dinamico da fare tranquillamente da solo. Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto, e poi davanti alla televisione.
La funzione pubblica deve tornare alla sua vocazione originaria: alfabetizzare. C’è da realizzare una seconda alfabetizzazione del paese, che metta in grado tutti di leggere e scrivere il moderno. Solo questo può generare uguaglianza e trasmettere valori morali e intellettuali. Tutto il resto, è un falso scopo.
2. Lasciare che negli enormi spazi aperti creati da questa sorta di ritirata strategica si vadano a piazzare i privati. Questo è un punto delicato, perché passa attraverso la distruzione di un tabù: la cultura come business. Uno ha in mente subito il cattivo che arriva e distrugge tutto. Ma, ad esempio, la cosa non ci fa paura nel mondo dei libri o dell’informazione: avete mai sentito la mancanza di una casa editrice o di un quotidiano statale, o regionale, o comunale? Per restare ai libri: vi sembrano banditi Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Adelphi, per non parlare dei piccoli e medi editori? Vi sembrano pirati i librai? È gente che fa cultura e fa business. Il mondo dei libri è quello che ci consegnano loro. Non sarà un paradiso, ma l’inferno è un’altra cosa. E allora perché il teatro no? Provate a immaginare che nella vostra città ci siano quattro cartelloni teatrali, fatti da Mondadori, De Agostini, Benetton e vostro cugino. È davvero così terrorizzante? Sentireste la lancinante mancanza di un Teatro Stabile finanziato dai vostri soldi?
Quel che bisognerebbe fare è creare i presupposti per una vera impresa privata nell’ambito della cultura. Crederci e, col denaro pubblico, dare una mano, senza moralismi fuori luogo. Se si hanno timori sulla qualità del prodotto finale o sull’accessibilità economica dei servizi, intervenire a supportare nel modo più spudorato. Lo dico in modo brutale: abituiamoci a dare i nostri soldi a qualcuno che li userà per produrre cultura e profitti. Basta con l’ipocrisia delle associazioni o delle fondazioni, che non possono produrre utili: come se non fossero utili gli stipendi, e i favori, e le regalie, e l’autopromozione personale, e i piccoli poteri derivati. Abituiamoci ad accettare imprese vere e proprie che producono cultura e profitti economici, e usiamo le risorse pubbliche per metterle in condizione di tenere prezzi bassi e di generare qualità. Dimentichiamoci di fargli pagare tasse, apriamogli l’accesso al patrimonio immobiliare delle città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloci e superagevolate.
Il mondo della cultura e dello spettacolo, nel nostro Paese, è tenuto in piedi ogni giorno da migliaia di persone, a tutti i livelli, che fanno quel lavoro con passione e capacità: diamogli la possibilità di lavorare in un campo aperto, sintonizzato coi consumi reali, alleggerito dalle pastoie politiche, e rivitalizzato da un vero confronto col mercato.
Sono grandi ormai, chiudiamo questo asilo infantile. Sembra un problema tecnico, ma è invece soprattutto una rivoluzione mentale. I freni sono ideologici, non pratici. Sembra un’utopia, ma l’utopia è nella nostra testa: non c’è posto in cui sia più facile farla diventare realtà.
di Alessandro Baricco * la Repubblica, 24 febbraio 2009
Testi approvati dal Parlamento Giovedì 7 giugno 2007 - Bruxelles Edizione provvisoria
Statuto sociale degli artisti
P6_TA-PROV(2007) 0236 A6-0199/2007
Risoluzione del Parlamento europeo del 7 giugno 2007 sullo statuto sociale degli artisti
(2006/2249(INI))
Il Parlamento europeo,
– vista la Convenzione dell'Unesco sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali,
– vista la comunicazione della Commissione dal titolo "Una strategia quadro per la non discriminazione e le pari opportunità per tutti" (COM(2005)0224),
– visto il Libro Verde della Commissione dal titolo "Modernizzare il diritto del lavoro per rispondere alle sfide del XXI secolo" (COM(2006)0708),
– vista la propria risoluzione del 22 ottobre 2002 sull'importanza e il dinamismo del teatro e delle arti dello spettacolo nell'Europa allargata (1),
– vista la propria risoluzione del 4 settembre 2003 sulle industrie culturali (2),
– vista la propria risoluzione del 13 ottobre 2005 sulle nuove sfide per il circo quale parte della cultura europea (3),
– visto il regolamento (CEE) n. 1408/71 del Consiglio, del 14 giugno 1971, relativo all'applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati e ai loro familiari che si spostano all'interno della Comunità (4),
– visto il regolamento (CE) n. 883/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale (5),
– vista la direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull'armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi nella società dell'informazione (6),
– vista la sua risoluzione del 9 marzo 1999 sulla situazione e il ruolo degli artisti nell'Unione europea (7),
– vista la direttiva 2006/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006, concernente il diritto di noleggio, il diritto di prestito e taluni diritti connessi al diritto di autore in materia di proprietà intellettuale (8),
– vista la direttiva 2006/116/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006, concernente la durata di protezione del diritto d'autore e di alcuni diritti connessi (9),
– vista la sentenza della Corte di giustizia del 30 marzo 2000, causa C-178/97, Barry Banks e altri contro Theatre royal de la Monnaie (10),
– vista la sentenza della Corte di giustizia del 15 giugno 2006, causa C-255/04, Commissione delle Comunità europee contro Repubblica francese (11),
– visto l'articolo 45 del suo regolamento,
– vista la relazione della commissione per la cultura e l'istruzione (A6-0199/2007),
A. considerando che l'arte può anche essere considerata un lavoro e una professione,
B. considerando che le summenzionate sentenze e la direttiva 96/71/CE riguardano tutte in modo specifico le attività degli artisti interpreti,
C. considerando che, per praticare l'arte al più alto livello, occorre interessarsi al mondo dello spettacolo e della cultura sin dalla più giovane età ed avere la possibilità di accedere alle principali opere del nostro patrimonio culturale,
D. considerando che in numerosi Stati membri taluni professionisti del settore artistico non hanno uno statuto legale,
E. considerando che la flessibilità e la mobilità sono elementi indissociabili nell'esercizio delle professioni artistiche,
F. considerando che nessun artista è totalmente al riparo dalla precarietà in nessuna fase del suo percorso professionale,
G. considerando che la natura aleatoria e talvolta incerta della professione artistica deve essere necessariamente compensata dalla garanzia di una protezione sociale sicura,
H. considerando che ancora oggi risulta praticamente impossibile per un artista in Europa ricostruire la sua carriera professionale,
I. considerando che occorre facilitare l'accesso degli artisti alle informazioni concernenti le loro condizioni di lavoro, mobilità, disoccupazione, salute e pensione,
J. considerando che le predisposizioni artistiche, le doti naturali e il talento sono raramente sufficienti per aprire la strada ad una carriera artistica professionale,
K. considerando che non sono stati ancora sufficientemente sviluppati i contratti di formazione e/o qualificazione a vocazione artistica adattati alle singole discipline,
L. considerando che è opportuno incoraggiare la riconversione professionale degli artisti,
M. considerando che la libera circolazione dei lavoratori in generale, inclusi gli artisti originari dei nuovi Stati membri, è tuttora soggetta a certe limitazioni dovute alle possibili disposizioni transitorie previste dal trattato di adesione,
N. considerando che le produzioni artistiche riuniscono spesso artisti europei ed artisti extracomunitari la cui mobilità è spesso ostacolata dalla difficoltà di ottenere visti a medio termine,
O. considerando che il soggiorno degli artisti in uno Stato membro è il più delle volte di breve durata (inferiore ai tre mesi),
P. considerando che tutti questi problemi legati alla mobilità transfrontaliera, principale caratteristica delle professioni artistiche, mettono in luce la necessità di prevedere misure concrete in questo settore,
Q. considerando che è essenziale distinguere le attività artistiche amatoriali da quelle dei professionisti,
R. considerando che l'integrazione dell'insegnamento artistico nei programmi scolastici degli Stati membri deve essere assicurato in modo efficace,
S. considerando che la succitata Convenzione dell'Unesco costituisce un'ottima base per il riconoscimento dell'importanza delle attività dei professionisti nella creazione artistica,
T. considerando che la direttiva 2001/29/CE impone agli Stati membri che ancora non la applicano, di prevedere per gli autori un compenso equo in caso di eccezioni o restrizioni al diritto di riproduzione (reprografia, riproduzione per uso privato),
U. considerando che la direttiva 2006/115/CEE determina i diritti esclusivi di cui sono titolari in particolare gli artisti interpreti e il loro diritto irrinunciabile ad una remunerazione equa,
V. considerando che i diritti patrimoniali e morali degli autori e degli artisti interpreti sono a tal riguardo il riconoscimento del loro lavoro creativo e del loro contributo alla cultura in generale,
W. considerando che la creazione artistica partecipa allo sviluppo del patrimonio culturale e si nutre delle opere del passato, da cui trae ispirazione e materiale e di cui gli Stati assicurano la salvaguardia,
MIGLIORAMENTO DELLA SITUAZIONE CONTRATTUALE DEGLI ARTISTI IN EUROPA
La situazione contrattuale
invita gli Stati membri a sviluppare o applicare un quadro giuridico e istituzionale al fine di sostenere la creazione artistica mediante l'adozione o l'attuazione di una serie di misure coerenti e globali che riguardino la situazione contrattuale, la sicurezza sociale, l'assicurazione malattia, la tassazione diretta e indiretta e la conformità alle norme europee;
sottolinea che occorre prendere in considerazione la natura atipica dei metodi di lavoro dell'artista;
sottolinea inoltre che occorre prendere in considerazione la natura atipica e precaria di tutte le professioni sceniche;
incoraggia gli Stati membri a sviluppare la definizione di contratti di formazione o di qualificazione nelle professioni artistiche;
propone pertanto agli Stati membri di agevolare il riconoscimento dell'esperienza
professionale degli artisti;
La protezione dell'artista
invita la Commissione e gli Stati membri a creare un "registro professionale europeo" del tipo EUROPASS per gli artisti, previa consultazione del settore artistico, nel quale potrebbero figurare il loro statuto, la natura e la durata dei successivi contratti nonché i dati dei loro datori di lavoro o dei prestatori di servizi che li ingaggiano;
incoraggia gli Stati membri a migliorare il coordinamento e lo scambio di buone pratiche e di informazioni;
sollecita la Commissione ad elaborare, in cooperazione con il settore, un manuale pratico uniforme e comprensibile destinato agli artisti europei e agli organi interessati nelle amministrazioni, che contenga tutte le disposizioni in materia di assicurazione malattia, disoccupazione e pensionamento in vigore a livello nazionale ed europeo;
invita la Commissione e gli Stati membri in funzione degli accordi bilaterali applicabili ad esaminare la possibilità di iniziative per assicurare il trasferimento dei diritti pensionistici e di sicurezza sociale degli artisti provenienti da paesi terzi quando ritornano nei loro paesi d'origine e per garantire che si tenga conto della esperienza di lavoro in uno Stato membro;
incoraggia la Commissione a varare un progetto pilota al fine di sperimentare l'introduzione di una carta elettronica europea di sicurezza sociale specificamente destinata all'artista europeo;
ritiene infatti che tale carta, contenendo tutte le informazioni concernenti l'artista, potrebbe risolvere alcuni problemi inerenti alla sua professione;
sottolinea la necessità di distinguere con precisione la mobilità specifica degli artisti da quella dei lavoratori dell'Unione europea in generale;
chiede a tale proposito alla Commissione di fare il punto sui progressi realizzati in merito a tale mobilità specifica;
chiede alla Commissione di individuare formalmente i settori culturali in cui risulta evidente il rischio di una fuga di creatività e di talenti e chiede agli Stati membri di incoraggiare, mediante incentivi, gli artisti a rimanere o a rientrare nel territorio degli Stati membri;
chiede inoltre agli Stati membri di prestare un'attenzione particolare al riconoscimento a livello comunitario di diplomi e altri certificati rilasciati dai conservatori e dalle scuole artistiche nazionali europee e da altre scuole ufficiali delle arti dello spettacolo, in modo da consentire ai loro titolari di lavorare e studiare in tutti gli Stati membri, in conformità con il processo di Bologna;
sollecita tutti gli Stati membri a tal riguardo a
promuovere studi artistici formali che offrano una buona formazione personale e professionale e consentano agli studenti di sviluppare il proprio talento artistico nonché competenze generali per operare in altri ambiti professionali; sottolinea altresì l'importanza di proporre iniziative su scala europea per facilitare il riconoscimento di diplomi e altri certificati rilasciati dai conservatori e dalle scuole artistiche nazionali di paesi terzi, al fine di favorire la mobilità degli artisti verso gli Stati membri;
invita la Commissione ad adottare una "carta europea per la creazione artistica e le condizioni del suo esercizio" sulla base di un'iniziativa come quella dell'Unesco, onde affermare l'importanza delle attività dei professionisti della creazione artistica e favorire l'integrazione europea;
invita gli Stati membri ad eliminare tutti i tipi di restrizioni relative all'accesso al mercato del lavoro per gli artisti dei nuovi Stati membri;
invita gli Stati membri che non l'applicano ancora ad organizzare, nel rispetto della direttiva 2006/115/CEE e della direttiva 2001/29/CE, in modo efficace il pagamento di tutti gli equi compensi relativi ai diritti di riproduzione e delle eque remunerazioni dovute ai titolari dei diritti d'autore e dei diritti associati;
invita la Commissione a procedere ad uno studio che analizzi le disposizioni prese dagli Stati membri per assicurare in modo efficace ai titolari dei diritti d'autore e dei diritti connessi l'equo compenso per le eccezioni legali applicate dagli Stati membri a norma della direttiva 2001/29/CE e per lo sfruttamento legale dei loro diritti a norma della direttiva 2006/115/CEE;
invita la Commissione a procedere ad uno studio che analizzi le disposizioni prese dagli Stati membri affinché una parte delle entrate generate dal pagamento dell'equo compenso dovuto ai titolari dei diritti d'autore e dei diritti connessi sia destinata al sostegno dell'attività creativa e alla protezione sociale e finanziaria degli artisti, e che analizzi inoltre gli strumenti giuridici e i dispositivi che potrebbero essere utilizzati per contribuire al finanziamento della protezione degli artisti viventi europei;
ritiene auspicabile che gli Stati membri sudino la possibilità di concedere agli artisti un aiuto supplementare a quelli già in vigore, prevedendo per esempio un prelievo sullo sfruttamento commerciale delle creazioni originali e delle loro interpretazioni libere da diritti;
La politica dei visti: mobilità e impiego dei cittadini di paesi terzi
sottolinea la necessità di tener conto delle difficoltà che alcuni artisti europei ed extracomunitari incontrano attualmente per ottenere un visto ai fini del rilascio di un permesso di lavoro, nonché delle incertezze legate a tale situazione;
sottolinea altresì che le condizioni stabilite per la concessione dei visti e dei permessi di lavoro sono attualmente difficili da soddisfare da parte degli artisti in possesso di contratti di lavoro a breve termine;
invita la Commissione a riflettere sugli attuali sistemi per la concessione di visti e permessi di lavoro agli artisti e a mettere a punto una regolamentazione comunitaria in questo settore che possa portare all'introduzione di un visto temporaneo specificamente destinato agli artisti europei ed extracomunitari, come già avviene in taluni Stati membri; Formazione lungo tutto l'arco della vita e riconversione
invita gli Stati membri a creare strutture specializzate di formazione e tirocinio destinate ai professionisti del settore culturale, in modo da sviluppare un'autentica politica dell'occupazione in questo ambito;
invita la Commissione a raccogliere tutte le ricerche e le pubblicazioni esistenti e a valutare, nella forma di uno studio, l'attuale situazione per quanto concerne l'attenzione prestata nell'Unione europea alle malattie professionali tipiche delle attività artistiche, ad esempio l'artrite;
ricorda che tutti gli artisti esercitano la loro attività in modo permanente, non limitandosi alle ore di prestazione artistica o di spettacolo sulla scena;
ricorda a tale proposito che i periodi di ripetizione costituiscono a pieno titolo ore di lavoro effettivo e che è necessario tener conto di tutti questi periodi d'attività nella carriera degli artisti, sia durante i periodi di disoccupazione che a fini pensionistici;
invita la Commissione a valutare il livello reale di cooperazione europea e di scambi nel campo della formazione professionale nelle arti dello spettacolo e a promuovere tali aspetti nel quadro dei programmi per l'apprendimento permanente e cultura 2007, nonché dell'Anno europeo per l'istruzione e la cultura 2009;
Verso una ristrutturazione delle attività amatoriali
insite sulla necessità di sostenere tutte le attività artistiche e culturali svolte segnatamente a favore di gruppi socialmente svantaggiati allo scopo di migliorarne l'integrazione;
sottolinea l'importanza delle attività artistiche amatoriali quale elemento cruciale di avvicinamento tra le comunità locali e di costituzione di una società dei cittadini;
sottolinea che gli artisti senza formazione specifica che aspirano a una carriera artistica professionale dovrebbero essere ben informati in merito a certi aspetti di questa professione;
invita a tale proposito gli Stati membri ad incoraggiare e a promuovere le attività amatoriali in continuo contatto con gli artisti professionisti;
Garantire la formazione artistica e culturale sin dalla più giovane età
invita la Commissione ad effettuare uno studio sull'educazione artistica nell'Unione europea (i suoi contenuti, la natura della formazione offerta – se formale o meno –, i risultati e gli sbocchi professionali) e a comunicarne i risultati al Parlamento entro due anni;
invita la Commissione ad incoraggiare e favorire la mobilità degli studenti europei delle discipline artistiche, attraverso l'intensificazione dei programmi di scambio fra gli studenti dei conservatori e delle scuole artistiche nazionali sia su scala europea che su scala extra-europea;
invita la Commissione a prevedere il finanziamento di misure e progetti pilota che consentano in particolare di definire i modelli adeguati in materia di educazione artistica nell'ambiente scolastico attraverso un sistema europeo di scambio di informazioni e di esperienze destinato agli insegnanti di discipline artistiche;
raccomanda agli Stati membri di intensificare la formazione degli insegnanti incaricati dell'educazione artistica;
chiede alla Commissione e agli Stati membri di esaminare la possibilità di creare un fondo di mobilità europea di tipo Erasmus destinato agli scambi di insegnanti e di giovani artisti; ricorda a tal riguardo l'importanza che attribuisce all'aumento del bilancio europeo destinato alla cultura;
chiede alla Commissione e agli Stati membri di lanciare una campagna d'informazione volta ad offrire una garanzia di qualità dell'educazione artistica;
incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione nonché ai parlamenti e ai governi degli Stati membri.
(1) GU C 300 E dell'11.12.2003, pag. 156. (2) GU C 76 E del 25.3.2004, pag. 459. (3) GU C 233 E del 28.9.2006, pag. 124. (4) GU L 149 del 5.7.1971, pag. 2. (5) GU L 166 del 30.4.2004, pag. 1. (6) GU L 167 del 22.6.2001, pag. 10. (7) GU C 175 del 21.6.1999, pag. 42. (8) GU L 376 del 27.12.2006, pag. 28. (9) GU L 372 del 27.12.2006, pag. 12. (10) Racc. 2000, pag. I-2005. (11) Racc. 2000, pag. I-5251.
MOTIVAZIONE
Verso uno statuto europeo degli artisti
La questione della regolamentazione dell'accesso alle professioni nel settore dello spettacolo dal vivo è complessa e controversa, tuttavia è divenuto ormai impossibile ignorare i problemi causati dall'assenza di una regolamentazione.
Non basta ricorrere ad argomentazioni quali i vantaggi derivanti dall'assenza di "filtri" e la possibilità per ciascun artista di esprimersi liberamente, poiché ciò significherebbe semplicemente demandare al mercato tale funzione, a scapito dei principi artistici e di giustizia sociale.
Anche per gli artisti più dotati, la carriera nelle discipline dal vivo continua ad essere un'aleatoria e travagliata traversata del deserto, caratterizzata da una serie di problemi, quali retribuzioni in calo, ore non dichiarate e condizioni di lavoro in continuo peggioramento, che si traducono spesso in autentiche delusioni.
Occorre quindi trovare un equilibrio tra la capacità di diffusione del settore e il numero di aspiranti artisti.
D'altro canto, è pur vero che oggi numerose produzioni artistiche riuniscono artisti europei e di paesi terzi, la cui mobilità è spesso ostacolata dal mancato recepimento delle normative europee negli ordinamenti degli Stati membri e da una scarsa conoscenza delle legislazioni nazionali.
A livello europeo le norme esistono già, basta applicarle. Gli artisti ignorano le legislazioni degli Stati membri che li ospitano e non sanno come esigere l'applicazione dei testi europei.
La maggior parte delle difficoltà incontrate dagli artisti non è di carattere culturale, ma dovuta a ragioni di mobilità, politica dei visti, salute, sicurezza sociale, disoccupazione e pensione. Ed è proprio a questi problemi concreti che abbiamo tentato di dare una risposta.
La situazione è stata analizzata da diversi Stati membri, i quali ritengono che sia assolutamente necessario riflettere sui miglioramenti da apportare per consentire agli artisti europei di ottenere un livello adeguato di riconoscimento e integrazione nella loro attività professionale.
Per questa ragione, la stesura di una "Carta europea per l'attività di produzione artistica e le relative condizioni di esercizio" ci pare un'eccellente base di riflessione.
La valutazione delle esigenze dell'artista rappresenta infatti il primo, anche se non l'unico, passo verso il miglioramento della sua condizione.
La sfida di una politica culturale europea consiste nel costruire un ambiente culturale dinamico, creativo e innovativo in tutte le discipline artistiche. Ciò, tuttavia, non potrà prescindere dal riconoscimento ai nostri artisti delle garanzie sociali di cui godono gli altri lavoratori europei, nel rispetto della libertà artistica per loro essenziale.
Lior Shambadal: "In Italia, la situazione è vergognosa! In Germania si contano 250 orchestre di musica lirica, in Italia 13 Enti Lirici e si parla di chiuderne la metà! In Italia avete in tutto 10 orchestre importanti e dovrebbero essere almeno 100. Nella sola Pechino si esibiscono 13 orchestre di musica sinfonica italiana e quante orchestre di musica classica cinese, finanziate dallo Stato, avete a Roma? Nessuna, ovviamente.
In Venezuela ci sono circa 700 orchestre giovanili e musicisti di grande valore che hanno studiato anche all'estero e il governo ha deciso che ogni ragazzo invece della droga deve prendere in mano uno strumento. Recentemente a Vienna il direttore artistico di un grande teatro mi parlava dell'Opera e della collaborazione con l'Italia e a un certo punto mi ha detto: "L'Italia è un deserto culturale!". I vostri politici non fanno nulla e il popolo è rovinato dalla televisione.
In Corea, in occasione di un concerto, ho visto un grandissimo manifesto con su scritto Beethoven è anche coreano e questo è molto bello perché Beethoven è patrimonio dell'umanità, è patrimonio di tutto il mondo. E qui in Italia? Dove sono i vostri grandi musicisti? Dove sono? Le orchestre italiane non sanno suonare la musica italiana, quasi non la conoscono. Parlo anche dei compositori più moderni per es. Petrassi e Malipiero. In Italia non c'è rispetto per la cultura del passato. Se noi ebrei dimenticassimo la nostra cultura saremmo finiti in un giorno. Quando Verdi è morto tutta l'Italia era al suo funerale e oggi dove sono gli italiani?"
Il maestro Lior Shambadal, primo direttore dell'orchestra sinfonica di Berlino e primo direttore dell'orchestra sinfonica slovena, uno dei più importanti direttori d'orchestra del mondo, mi guarda diritto negli occhi e mi mette a disagio, in imbarazzo, mi fa sentire tutto la tristezza e la vergogna per la sciagurata assenza di una politica culturale nel nostro paese.
"Cinquecento anni fa, tutta la musica classica e sinfonica è nata in Italia e nelle Fiandre dalla musica sacra. Tutto il barocco, tutta la musica rinascimentale è nata qui. In Italia tutto è iniziato e tutto sta finendo! Nella mia vita ho diretto oltre seicento opere liriche di compositori italiani. Ho diretto molta musica italiana e molta musica russa.
Innanzitutto Giuseppe Verdi che io amo molto e che per me è il più grande e poi Donizetti, Rossini, Puccini..... Nella storia troviamo grandissimi compositori ed interpreti italiani dell'opera lirica e sono ancora convinto che la potenzialità italiana sia fra le più importanti del mondo. E invece nel vostro paese alla musica e alla formazione dei giovani musicisti non si dà alcuna importanza e si continuano a tagliare i finanziamenti. Ho davvero la speranza che qualcosa cambi e che si ritorni ad amare la musica così come è sempre stato nella grande tradizione italiana."
Il 12 novembre il Ministro per i beni e le attività culturali Bondi, si è impegnato a creare un gruppo di lavoro che a inizio 2009, "bonificherà" il settore per rifinanziarlo una volta "snellito".
Ci chiediamo, perchè in Italia l'investimento del pubblico nella cultura risulti essere il più basso dell'Unione Europea?
Perchè in un Paese come l'Italia riconosciuto nel mondo per essere la nazione che conserva forse il più ricco patrimonio artistico del mondo, il governo prepara una finanziaria che prevede tagli al Fus che riducono del 35% l'intero finanziamento?
Per il 2009 si prevede una riduzione da 567 milioni di euro a 378, per il 2010 da 563 a 400, per il 2011 da 511 a 307.
Quale altra voce del bilancio ha subito tagli che ammontano al 35% dell'intero finanziamento?
Su questa premessa i teatri lirici italiani saranno sul lastrico a fine 2009.
La cosa ancora più grave è che il Ministro Bondi,intende anche intervenire sul contratto di lavoro delle fondazioni lirico-sinfoniche.
Meno male che il segretario generale del Slc/Cgil, Emilio Miceli, ribadisce con forza che contrasterà con nettezza ogni tentativo di scaricare sui lavoratori tutto il peso delle inefficienze e del risanamento.
Prima Bondi, mostrandosi quasi estraneo all'argomento, aveva fatto credere che le responsabilità dei tagli al Fus erano di un certo sig. Tremonti, imbarazzante non trovate?; un Ministro preposto al settore pilotato da Tremonti, che ricordiamo appena giunto al governo ha ribadito che spendere per la cultura è uno spreco.
Capisco ora, anche i quasi 8 miliardi in meno alla Scuola.
Aveva ragione Piero Calamandrei il quale, al III congresso dell'associazione di difesa della scuola nazionale nel 1950 dichiarava: "Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza.
Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private".
La situazione della scuola meriterebbe un post più approfondito e mi riprometto di farlo al più presto.
Torniamo alla coppia Tremonti-Bondi.
All'improvviso poi, Bondi decide di cambiare atteggiamento: "cambiamo le regole delle fondazioni liriche", "mettiamo ordine nella questione più importante: i contratti di lavoro", "i professori d'orchestra si permettono di avere un secondo lavoro, a nessun dipendente, pubblico o privato è concesso", "la Scala e L'Accademia Nazionale di S.Cecilia hanno un ruolo e una visibilità particolari".
Ci piacerebbe sapere quale criterio venga usato per stabilire la preferenza di una istituzione rispetto a un altra.
Che, il Teatro S.Carlo sia meno importante dei due sopracitati enti?
Alla Scala sono stati indetti alcuni scioperi, invece il Teatro Regio di Torino ha reagito aprendo le porte al pubblico affinchè si renda visibile quella complessa serie di lavori che si svolgono in un teatro.
La vera preoccupazione del Governo sta solo nel fatto di rastrellare denaro senza stilare alcun progetto.
Che le grandi opere del Cavaliere siano forse più importanti della conservazione e della tutela del patrimonio culturale della nazione?
Credo tuttavia, che la strada più giusta da percorrere, sia quella di un disegno di legge da condividere e discutere con le categorie interessate, anziché un decreto legge.
Bisognerà dare sopratutto una risposta anche ai 5.500 lavoratori del settore che rischiano seriamente il licenziamento.
Perchè indebolire un settore che già di per se, a causa anche degli sprechi, (e qui che bisognerebbe intervenire invece) risulta debole?
Bene la proposta di defiscalizzare i contributi dei privati, ma non basta.
Tagliando in maniera selvaggia la cultura, lo spettacolo e la scuola, corriamo il rischio di restituire una immagine del nostro Paese, che non corrisponde all'altissima considerazione che la cultura italiana gode in tutto il mondo.
Mi piacerebbe che il senatore Franco Asciutti del "popolo delle Libertà" leggesse la lettera del direttore Lior Shambadal.
Asciutti, ignora completamente la realtà musicale del nostro Paese e sopratutto il fatto che migliaia di diplomati escono dai nostri conservatori andandosi a riversare direttamente in un mare magnum di corsi di secondo livello, abilitazioni, e varie ed eventuali stregonerie, inventate solo per impoverire le tasche di chi cade in queste trappole.
Asciutti dice:"dobbiamo renderci conto che tredici fondazioni liriche sono troppe, non ce le possiamo permettere, ci piaccia o no. In tutte le parti del mondo, l'opera è un'attività in perdita e per questo all'estero ci sono teatri di vario livello: in Francia di Opéra di Parigi ce n'è una sola. Non è possibile che in Italia esistano dodici teatri tutti dello stesso livello: devono riorganizzarsi e rivedere la loro attività".
Sarà pure, che alcuni dirigenti non siano in grado di valorizzare e attirare il pubblico attraverso programmazioni adeguate e spese oculate ma, mi chiedo, chi ce li ha messi al loro posto?
La ciliegina sulla torta è stata posta sull'Opera di Roma con Vespa nel Cda del teatro(nominato da Bondi-Melandri-Cerami) è così che vogliamo sanare? con i consigli di un tuttologo prostituitosi ai favoritismi della politica?
Forse, abituato a saper gestire il suo "teatrino" serale fatto di porte che si spalancano alla Santanchè, e porte che invece andrebbero sfondate, sarà in grado di gestire quelle dell'Opera di Roma!.
Come può',un rappresentante, adesso ufficiale del Ministero del Governo Berlusconi, continuare a condurre il programma di informazione "imparziale" Porta a Porta? quali sono state le competenze alla sua base mi chiedo?
Peccato che lo show di Vespa, sembri più che altro un quiz televisivo, anzichè un programma di informazione.
Scegliere Vespa come consigliere, è più una manovra d’immagine che una scelta meritocratica sulla base della competenza, una decisione che è frutto di un modo tutto italiano di interpretare le cariche politiche e statali.
Sgarbi ha così commentato: "E allora? E’ stato messo in un posto in cui in genere stanno persone molto meno competenti e per giunta anche meno famose. Il fatto che Vespa abbia raggiunto un eccellente livello in un campo, non significa che non possa occuparsi anche di altro. Anzi, scompaginare un po’ credo che sia un valore". Io non credo che "scompaginare" sia un valore caro Sgarbi,e forse è per questo motivo che i teatri vanno in malora.
Perchè non affidare invece la gestione a chi essendo anche musicista possiede anche delle doti di amministratore, che a mio parere, potrebbero essere la carta vincente per la rinascita della musica in Italia.
Vorrei in ultimo citare Vespa che a proposito del fenomeno dei blog si esprime così: il blog è: -Luogo di sfogo di perversioni. -Tenuto da ragazzi con problemi psichici. -Luogo ideale per sviluppare sdoppiamenti della personalità. -Spazio dove le inclinazioni più pruriginose delle ragazze trovano collocazione e sbocco. -Luogo accessibile solo conoscendone la password. -Eccezion fatta per MySpace, gli altri blog non sarebbero definibili come leciti -Il disagio giovanile è, in definitiva, colpa di internet.
Vespa, noi consideriamo invece il blog come strumento che porta democrazia, se la ricordi questa parola ogni tanto. L.M.
Non si placano le polemiche dopo la dichiarazione del violinista Italiano Uto Ughi sul concerto al Senato, che ha visto protagonista il Mozart del 2000, il genio contemporaneo del panorama musicale Italiano, l'osannato e onnipotente pianiscomposidirettore Giovanni Allevi. Ricordiamo che le critiche mosse da Ughi sono rivolte alla qualità tecnica ed espressiva della musica di Allevi, ma sopratutto vogliono essere una risposta alle dichiarazioni del “Brahms redivivo” sul significato della sua eccellente arte. Il governo , che ha istituzionalizzato il tutto, ha alimentato quella componente di rabbia che si è scatenata nei tantissimi addetti ai lavori già dopo pochi minuti dall'esibizione. Il sito Facebook e diversi blog lo testimoniano. Del resto la frase dell'On. Schifani è risultata incomprensibile e priva di senso, quasi alla maggioranza degli addetti ai lavori e non. "Non è stato facile - ha ammesso Schifani dopo il concerto - lui è una grande scommessa per noi, e spero di aver contribuito con questa iniziativa a lanciarlo ancora di più". Una "scelta di rinnovamento - aveva detto in Aula - che riteniamo si ponga in sintonia con le richieste di riforme che ci vengono dai cittadini e per le quali ci impegniamo a lavorare tutti in un clima di concordia e confronto". Che l’ignoranza musicale sia in Italia un fenomeno dilagante, è un dato di fatto oggettivo, basti pensare che ancora distinguiamo i brani musicali identificandoli con le rispettive pubblicità. Sono nato nel '69 e allora era di moda la "vecchia Romagna", nei vagoni del treno che a dieci anni già mi portava a Bari in conservatorio, ricordo che qualcuno mi invogliava ad eseguire proprio quel pezzo col violino, povera Romanza op.50 di Beethoven. Ma perché usare la musica per promuovere un oggetto di consumo? A noi sembra un crimine musicale da condannare! A Lei no, Allevi? Se non sbaglio ha prestato uno dei suoi successi ad una pubblicità. Non è cambiato nulla da allora! Dunque, eravamo rimasti al nostro presidente Schifani; ha molto lavorato per avere il giovane maestro marchigiano al Senato. Noi musicisti vorremo sapere, mi permetta caro Schifani: il progetto di riforma e rinnovamento della cultura musicale Italiana è l'ultima invenzione di questa legislatura? Il governo, oltre a voler riformare la giustizia, la scuola ,( ricordiamo che i tagli a quest'ultima ammontano secondo i verbali degli organismi consortili a 7,8 miliardi di euro)vuole riformare pure la lingua Italiana eliminando i congiuntivi? (notizia di ieri in radio) vuole attuare anche una riforma della musica e come? Con le armonie prelibate e le marcette di Allevi forse. Tagliando i fondi del FUS. Mettendo Vespa nel CDA dell'Opera di Roma. Il Teatro Petruzzelli invece teniamolo ancora chiuso perché potrebbe tornare comodo, altro che agibilità. Ma lo sanno i Ministri che a Bari esistono centinaia di stabili ancora non a norma di legge, non agibili? Riapriamolo il Teatro, e presto! Del 26 dicembre la notizia secondo cui i professori d'orchestra del Teatro La Fenice di Venezia annunciano una serie di manifestazioni di protesta contro i tagli al Fondo unico per lo spettacolo (Fus), non escludendo che dimostrazioni possano partire persino in occasione del Concerto di Capodanno. In una nota, infatti, i Professori d’Orchestra rilevano che la protesta verrà «posta in essere a partire dai prossimi imminenti impegni, sfruttando in particolare quelli di grande impatto mediatico». I Professori d’Orchestra attraverso la rappresentanza sindacale unitaria, nella nota «esprimono grande preoccupazione per la politica messa in atto dall'attuale governo» e stigmatizzano «i continui attacchi da parte dei vari politici di turno, e non solo, nei confronti dei lavoratori del settore accusati si volta in volta d'essere strapagati e privilegiati». Ma, allora Allevi, cosa ne dice Lei della situazione della musica in Italia? la Sua arte è proprio un puntino minuscolo in tutto questo bailamme, che cosa pretende di fare con due accordi incollati usando il computer! Evidentemente dimentica il caro Allevi che l'arte è concepita anche per parlare di valori universali e non solo per ingrassare le majors discografiche. Cosa apprezzare di più se non le Sue dichiarazioni quali “la mia piccola grande rivoluzione culturale”, “ho alterato il sistema”, “un nuovo rinascimento è alle porte”, ”il segreto è non pensare”.? Lei nega la ragione perché pensare è faticoso.
Al massimo dovrebbe andare a San Remo piuttosto che dissacrare un luogo dove hanno diretto i più grandi direttori d'orchestra al mondo. Allevi ad Ughi:" Il mondo della musica classica è malato. Lei è uno dei pochissimi che è riuscito a viverlo da protagonista, ma forse non immagina cosa vuol dire studiare anni e anni uno strumento musicale per arrivare, sì e no, a insegnare in una scuola privata";"Quel suo autografo che ho sempre conservato gelosamente, dopo tanti anni, per me ora non conta più niente”. La storiella dell'autografo di Ughi è una invenzione patetica, sembra costruita ad hoc per motivare le sue sciocchezze e sopratutto per far venir giù i lacrimoni ai fans. Ughi ha studiato con grandi maestri tra i quali l'indimenticabile Corrado Romano, e il grande George Enesco che ha formato artisti del calibro di Yehudi Menuhin. Lei, Allevi, con chi ha studiato? Dove ha perfezionato la Sua arte e con chi?
Come sfrutta bene lo stereotipo dell'accademismo, della chiusura mentale! Peccato che si tradisca, ammettendo poi i 10 e lode e il presunto riconoscimento del mondo accademico. Il mondo è pieno di musicisti diplomati con 10 e lode e laureati con lode, non è un marchio di qualità però.
Il mondo della musica è malato ma Lei se ne accorge solo ora, dopo che è stato attaccato? Ughi, così come il Maestro Accardo,il Maestro Muti e altri insigni musicisti hanno da sempre lottato per la musica e non solo per la classica, da decenni. Lo sanno in tutto il mondo che in Italia non c'è attenzione per la musica classica. Lo sa caro Allevi perché l'Italia è popolata da ignoranti (dal punto di vista musicale si intende)? La scuola non funziona, l'educazione musicale è rimasta un sogno, i mass media trasmettono messaggi come il Suo e cioè che Lei, per dirigere al Senato, ha copiato la posizione eretta che conferisce autorevolezza al Maestro Riccardo Muti, il modo deciso di portare il tempo del Maestro Arturo Toscanini, la passione e il trasporto del Maestro Daniel Oren e la capacità di dirigere gli orchestrali anche con uno sguardo del Maestro Leonard Bernstein», si vergogni! Lei non offende solo Ughi, ma offende la cultura musicale Italiana intera e l'idea che di noi si è fatta il mondo.
Lo capisce che il Suo modo di fare è diseducativo per i giovani che vogliono intraprendere la carriera musicale? Cosa pensa la mia nipotina che ha la passione per il canto? Ecco ieri mi ha detto: "visto zio per andare a dirigere in televisione basta guardare i video su YouTube!". Caro Allevi lei non trasmette messaggi come il sacrificio, la dedizione alla musica e la disciplina che deve esserci dietro la carriera di un buon musicista. Avrebbe dovuto rifiutare l'invito di Schifani e riconoscere i suoi limiti, anzichè rispondere alla "strega" dei soldoni evitando quella magra figura, la sua e quella dei politici che l'hanno appoggiata! Ma, Allevi, per quarant'anni cosa ha fatto? Ha studiato cosa, marketing? In questo modo Lei danneggia la cultura musicale e quanti sono impegnati nel difficile compito dell'educazione alla musica. Il governo non ci è di alcun aiuto, basti pensare che un processo di riforma dell’ insegnamento della musica è iniziato negli anni ‘60 ed è giunto a conclusione solo con una legge del 1999, ciò rivela che l’idea della “marginalità” dell’arte e della musica non è forse solo monopolio di Gentile. Attraverso l’educazione musicale si trasformano i giovani in “creatori di cultura” e questo è ancora più importante in un epoca in cui rileviamo una certa “McDonaldizzazione “ della cultura da parte dei media. (H.G.Bastian) Noi musicisti ancor prima di essere detrattori critichiamo il suo modo di porsi dinanzi alla gente, le bugie, l'arroganza e le insulse storielle che esprimono solo vanità e presunzione. Visitando il sito Facebook ce ne si può rendere ben conto! Lei è soprattutto un fenomeno mediatico, per quanto inammissibile ciò Le possa risultare, e come tutti i fenomeni mediatici è vuoto e poco duraturo. Ricordiamo per cronaca un certo Richard Clayderman, vero nome Philippe Pagès ( il pianista pettinato e vestito da prima comunione) che negli anni '80 ha venduto 22 milioni di dischi in 38 paesi del mondo. Qualcuno ricorda una delle oltre 1200 melodie di Clayderman? Steven Slacks invece? E che ne dice di Wladziu Valentino Liberace in arte Walter Busterkeys,Walter Liberace Lee Liberace,Liberace Chefroach,The Glitter Man,Mr Showmanship? lei non mi sembra nemmeno suo degno erede! A proposito avete provato ad ingrandire la vignetta di Joshua Held? geniale, Liberace assurto a giudice di Allevi. Il giovane Liberace capì subito che la sua strada non era la musica classica suonata seriamente, ma lo "spettacolo" nel vero senso della parola. Nel 1951 disse: "Ci sono più soldi nell'essere commerciali". Liberace si vestiva in maniera stravagante. Ma funzionava. Per 40 anni gli americani furono rapiti da quest'uomo incredibilmente effeminato, affettato, ricoperto di pizzi, merletti e lustrini da capo a piedi, che arrivava con una pelliccia che strofinava sul pavimento, con mantelli di cincillà che pesavano fino a sessanta chili, una giacca ricamata d'oro a 24 carati, uno smoking con bottoni di diamanti, che faceva credere di avere dei poteri di guaritore, con un anello per ogni dito e gli immancabili candelabri su pianoforti senza fine, che chiacchierava di Dio e della famiglia. Una delle sue prime e favorite scenografie comprendeva una monaca in estasi che lo ascoltava mentre suonava l'Ave Maria...divertente almeno!!
Clayderman invece pare che avesse creato un nuovo stile romantico attraverso un repertorio che combina il suo marchio originario con gli standard della musica classica e del pop. Secondo il libro “Last Chance to See”di Douglas Adams, pubblicato nel 1990, Clayderman era l'artista più interpretato in quel periodo eppure mai si montò la testa, di se diceva: "io scrivo solo musica leggera per rendere meno triste la vita". Dove è finito Clayderman? …dove finirà lei Allevi?
Signori e Signore di tutta Italia, popolo di Allevi, musicisti professionisti e dilettanti, Allevi è un "amante della sapienza" (l'etimologia del termine filosofo),ma che sapienza dimostra una persona, affermando di aver imparato a dirigere su YouTube? Caro il mio Dottor Allevi, tirare in ballo la filosofia può essere molto pericoloso. Da rimarcare, inoltre, il coraggio della risposta ad Ughi:" ma forse non immagina cosa vuol dire studiare anni e anni uno strumento musicale per arrivare, sì e no, a insegnare in una scuola privata". Allevi, se voleva fare il pianista, avrebbe dovuto vincere un concorso come il "Van Cliburn", un compositore, avrebbe dovuto vincere il concorso Internazionale dell'Accademia di S. Cecilia, ma ora, dato che vuole fare il direttore d'orchestra, studi la direzione d'orchestra seriamente almeno. A quarant’anni suonati mi sembra però che abbia superato i limiti di età! A proposito, a New York (la notizia è del corriere della sera del 27 dic. 2008), il magnate dell’editoria finanziaria, nonché musicologo e finanziatore di studi mahleriani e di orchestre, Gilbert Kaplan, dedicatosi negli ultimi venticinque anni della sua vita alla direzione della seconda sinfonia di Mahler, è stato protestato da tutta l’orchestra e definito da un professore della New York Philarmonic "un vigile urbano" la cui carriera sarebbe una farsa e la cui direzione senza senso. La Sua, Allevi, invece è una operazione di marketing oculata, così capillare che nessuno osa ribellarsi. Del resto Lei produce ricchezza e lavoro, per questo motivo è possibile ingoiare un rospo e magari anche ingoiare un vigile urbano. Continuo con le sue citazioni : "Perché costringere il pubblico del nostro tempo a rapportarsi solo a capolavori concepiti secoli fa, e perdere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espressione dei nostri giorni, che sia una rigorosa evoluzione della tradizione classica europea?" Chi costringe chi ad ascoltare la musica classica? Evoluzione? che brutta parola direbbe il mio prof. di sociologia! Se non sbaglio l'evoluzione è il fenomeno del cambiamento e non necessariamente è di tipo migliorativo. Allevi, lasci stare l’evoluzione! Il confronto con le opere d'arte "datate",(cito una Sua definizione), proviene in parte dalla nostra volontà di metterci in contatto con esse e in parte dall'essenza stessa delle opere, che ci attirano a sè. Ci rapportiamo ad esse solo perché siamo vicini, con l'anima, così come loro sono vicine a noi, abbiamo bisogno dell’opera d’arte,non è l’arte che ha bisogno di noi. Allora Beethoven diventa il più attuale di tutti gli autori, è musica classica contemporanea perché ci parla ancora dopo due secoli ed è il musicista più ascoltato di tutti i tempi. Sono classici e come "classici" non tramonteranno mai. La vera arte supera la barriera del tempo e credo che Beethoven mai avrebbe immaginato che ancora oggi qualcuno trovi nelle sue opere qualcosa di nuovo da dire. Questa qualità fa dell'arte un linguaggio universale, una sorta di esperanto nel mondo globale di oggi.
Allevi vuole giustificare il nulla della sua musica invece, continuando con l'arringa: "La mia è una musica classica, perché utilizza il linguaggio colto, la cui padronanza è frutto di anni di studio accademico. La mia è una musica nuova perché contiene quel sapore, quella sensibilità dell’oggi, che nessun musicista del passato poteva immaginare". Questo lo stabilirà di certo il tempo. Non Lei!
Un’ altra perla, Lei dice : «La mia musica avrà sulla musica classica lo stesso impatto che l'Islam sta avendo sulla civiltà occidentale». Allevi, quanto è presuntuoso e megalomane, peccato che i suoi capolavori siano destinati a finire nel completo oblio. Ed ancora, visto che ha “scomodato” persino Hegel. Secondo Hegel, la musica "deve elevare l'anima al di sopra di se stessa, deve farla librare al di sopra del suo soggetto e creare una regione dove, libera da ogni affanno, possa rifugiarsi senza ostacoli nel puro sentimento di se stessa". La Sua “arte”, Allevi, non si librerà mai, neanche se dovesse essere sostenuta dalla bora di Trieste. I ricercatori dell'Università del Wisconsin si sono invece fatti un'idea molto più prosaica della funzione della musica: hanno scoperto che la produzione di latte nelle mucche che ascoltano musica sinfonica aumenta del 7,5%. Lei , Allevi, al massimo avrà aumentato del 7,5% la produzione di plastica e carta. Per concludere cito il filosofo svizzero Hans Saner, dice: una mezza verità è che la musica libera-l’altra mezza verità è che la musica incatena e unisce. Una mezza verità è che la musica alimenta l’intelligenza-l’altra mezza è che essa rende ciechi e stupidi. Una mezza verità è che essa è legata alla verità-l’altra mezza verità è che con essa si può mentire facilmente. L.M.
Ringrazio gli amici di Facebook e un grazie particolare a Joshua Held per avermi concesso l'uso della sua vignetta sul mio Blog.
Wladziu Valentino Liberace
«Presuntuoso e mai originale» SANDRO CAPPELLETTO Che spettacolo desolante! Vedere le massime autorità dello Stato osannare questo modestissimo musicista. Il più ridicolo era l’onorevole Fini, mancava poco si buttasse in ginocchio davanti al divo». Uto Ughi non ha troppo apprezzato il concerto natalizio promosso dal Senato della Repubblica che ha avuto come protagonista il pianista Giovanni Allevi. Il nostro violinista lo ha ascoltato - «fino alla fine, incredulo» - dalla sua casa di Busto Arsizio e ne è rimasto «offeso come musicista. Pianista? Ma lui si crede anche compositore, filosofo, poeta, scrittore. La cosa che più mi dà fastidio è l’investimento mediatico che è stato fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà. Il suo successo è il termometro perfetto della situazione del Nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze».
Che cosa più la infastidisce di Allevi: la sua musica, le sue parole? «Le composizioni sono musicalmente risibili e questa modestia di risultati viene accompagnata da dichiarazioni che esaltano la presunta originalità dell’interprete. Se cita dei grandi pianisti del passato, lo fa per rimarcare che a differenza di loro lui è "anche" un compositore. Così offende le interpretazioni davvero grandi: lui è un nano in confronto a Horowitz, a Rubinstein. Ma anche rispetto a Modugno e a Mina. Questo deve essere chiaro».
Come definire la sua musica? «Un collage furbescamente messo insieme. Nulla di nuovo. Il suo successo è una conseguenza del trionfo del relativismo: la scienza del nulla, come ha scritto Claudio Magris. Ma non bisogna stancarsi di ricordare che Beethoven non è Zucchero e Zucchero non è Beethoven. Ma Zucchero ha una personalità molto più riconoscibile di quella di Allevi».
C’è più dolore che rabbia nelle sue parole. «Mi fa molto male questo inquinamento della verità e del gusto. Trovo colpevole che le istituzioni dello Stato avvalorino un simile equivoco. Evidentemente i consulenti musicali del Senato della Repubblica sono persone di poco spessore. Tutto torna: è anche la modestia artistica e culturale di chi dirige alcuni dei nostri teatri d’opera, delle nostre associazioni musicali e di spettacolo a consentire lo spaventoso taglio alla cultura contenuto negli ultimi provvedimenti del governo. Interlocutori deboli rendono possibile ogni scempio, hanno armi spuntate per fronteggiarlo».
Che opinione ha di Allevi come esecutore? «In altri tempi non sarebbe stato ammesso al Conservatorio».
Lui si ritiene un erede e un profondo innovatore della tradizione classica. «Non ha alcun grado di parentela con la musica che chiamiamo classica, né con la vecchia né con la nuova. Questo è un equivoco intollerabile. E perfino nel suo campo, ci sono pianisti, cantanti, strumentisti, compositori assai più rilevanti di lui».
Però è un fenomeno mediatico e commerciale assai rilevante. «Si tratta di un’esaltazione collettiva e parossistica dietro alla quale agisce evidentemente un forte investimento di marketing. Mi sorprende che giornali autorevoli gli concedano spazio, spesso in modo acritico. Anche Andrea Bocelli ha un grande successo, ma non è mai presuntuoso quando parla di sé. Da musicista, conosce i propri limiti».
Allevi è giovane. Non vuole offrirgli qualche consiglio? «Rifletta tre volte prima di parlare. Sia umile e prudente. Ma forse non è neppure il vero responsabile di quello che dice».
C’è un aspetto quasi messianico in alcune sue affermazioni, in questa autoinvestitura riguardo al proprio ruolo per il futuro della musica. «Lui si ritiene un profeta della nuova musica, parla come davvero lo fosse. Nuova? Ma per piacere!».
Ma come interpretare questo suo oscuro annuncio: «La mia musica avrà sulla musica classica lo stesso impatto che l'Islam sta avendo sulla civiltà occidentale?» «Evidentemente pensa che vinceranno Allevi e l’Islam. Vi prego, nessuno beva queste sciocchezze». TRATTO DAL SITO